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C’è una logica dietro la follia dei mercati. Ecco perché Piazza Affari e Francoforte volano mentre Wall Street è al palo

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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2015 alle ore 11:40.
L’ultima modifica è del 24 marzo 2015 alle ore 12:00.

Da inizio anno la Borsa tedesca e quella italiana sono al top della classifica mondiale con un rialzo del 21%. Bene anche la Borsa francese (+18%). Decisamente più indietro la Borsa di Madrid (+8%), quella di Londra (+4%) e quella statunitense con il Dow Jones e l’S&P 500 praticamente invariate.

Come mai, pur trattandosi dello stesso pane (azioni) le pizze sono così diverse? Per rispondere a questa domanda dobbiamo risalire in vetta alla piramide e capire cosa influenza cosa. Nel livello più alto c’è la politica monetaria delle banche centrali. Queste, immettendo o drenando moneta, influenzano inevitabilmente l’andamento delle rispettive valute. Da lì poi tutto si muove a cascata.

In questa fase le banche centrali degli Usa e dell’Eurozona stanno attuando politiche monetarie divergenti. Gli Usa hanno finito di stampare dollari (lo hanno fatto dal 2009 al 2014 attraverso tre piani di quantitative easing, ovvero di acquisti di titoli a mercati aperti con nuovi soldi freschi di zecchi) mentre l’Eurozona ha iniziato a stampare due settimane fa (quando è partito il primo piano di quantitative easing attreverso cui la Bce compra 60 miliardi di titoli, di cui 45 bond governativi, al mese). Quando una banca stampa moneta ne comporta una conseguente svalutazione. L’obiettivo della Bce, in questa fase, è proprio quello di svalutare l’euro e creare un po’ di inflazione. Obiettivo ancora lontano dato che a fronte di una svalutazione del 23% dell’euro nei confronti del dollaro nell’ultimo anno e del 10% da inizio anno, l’Eurozona resta ancora in deflazione (-0,5%).

Anche se l’inflazione manca ancora all’appello (il governatore Mario Draghi suggerisce di aspettare la seconda metà dell’anno) la svalutazione della moneta quella c’è. Anche perché è rafforzata dalla contemporanea rivalutazione del dollaro, dato che la Federal Reserve ha smesso di stampare dollari e si prepara (presumibilmente ad ottobre) a drenarne attraverso un rialzo dei tassi. L’azione delle banche centrali e il conseguente impatto sul mercato dei cambi ha nettamente influenzato l’andamento delle Borse in questo primo scorcio d’anno. «Perché con un cambio più debole le imprese dell’Eurozona ci guadagnano due volte. Una volta quando aumentano le esportazioni verso l’area extra-euro, la seconda quando convertono in euro i ricavi generati in dollari – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Di converso le società statunitensi ci perdono due volte. La prima perché esportano meno, la seconda perché devono convertire i ricavi generati nell’area euro in dollari».

Questo spiega perché le Borse dell’Eurozona stiano andando nettamente meglio rispetto a quelle statunitensi o di quella londinese che, dal punto di vista della politica monetaria, è più vicina agli Usa (con la Bank of England che pure non è lontana dal rialzo dei tassi dopo anni di sterline stampate).

Ma perché tra le Borse dell’Eurozona ci sono performance così diverse? La risposta a questa domanda sta nella differente composizione degli indici dei listini rappresentativi dei singoli Paesi, il DAX 30 in Germania, il FTSE MIB in Italia, l’IBEX 35 in Spagna e così via. Un indice è la somma dell’andamento ponderato del panieri dei titoli che contiene. L’andamento dell’indice non è dato dalla media dell’andamento dei singoli titoli ma dalla media ponderata. Perché ogni titolo ha un peso specifico differente sul calcolo finale dell’indice.

«Il Dax 30 è rappresentato principalmente da società che hanno una forte propensione all’export mentre il Ftse Mib ha una forte vocazione banconcentrica e di società rivolte anche al mercato domestico – spiega Federico Mobili, responsabile equity di Bnp Paribas -. L’Ibex 35 è invece fortemente banconcentrico e in questa fase sta risentendo dell’esposizione delle banche spagnole verso l’area dell’America centro-meridionale che sta vivendo una fase difficile».

Quindi, ogni indice è una storia a parte, pur trattandosi sempre di azioni. Ne consegue che i listini dei vari Paesi sono diversamente sensibili all’andamento di alcune variabili. Con una forte vocazione all’export la Borsa tedesca è la più sensibile al cambio euro/dollaro e quindi tende ad sovraperformare le altre in caso di svalutazione dell’euro. L’indice principale di Piazza Affari è più sensibile invece all’andamento dello spread dato che è molto banconcentrico (si pensi che Intesa Sanpaolo, UniCredit e Generali incidono per quasi il 30% del calcolo del valore complessivo del Ftse Mib) e dato che le banche italiane hanno in portafoglio molti titoli di Stato. Piazza Affari è anche più sensibile rispetto alla Borsa tedesca, all’andamento del mercato domestico, quindi al fatturato delle società quotate generato in Italia. E quindi è più sensibile all’andamento dei dati macro dell’economia interna.

Ne è la prova il fatto che Piazza Affari è lontanissima (-50%) dal massimo storico del 2000 e dal picco di periodo raggiunto nel 2007 (-48%) mentre la Borsa tedesca viaggia sui massimi di tutti i tempi. Dal 2008 l’Italia ha perso 8 punti di Pil reale mentre il Pil tedesco, trainato dai surplus generati dall’export, è cresciuto nello stesso arco temporale del 6 per cento. Insomma, i mercati sono schizofrenici, anche pazzi (perché spesso generano delle bolle che quando scoppiano fanno male, come non temere infatti che questa era dei tassi bassi non stia alimentando i germi di bolle future? ) ma in questa follia c’è una logica.

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