Monthly Archives: luglio 2016

Il maxi-piano Mps al test del mercato

Gli stress test l’hanno bollata come banca più fragile d’Europa, unico istituto a ritrovarsi con un Cet 1 negativo (-2,2%) in caso di scenario macroeconomico avverso. Ma Mps può guardare alla pagella dell’Eba con il conforto di chi sa di poter recuperare tutto agli «esami di riparazione». Il progetto approvato venerdì sera dal Cda della banca è destinato, nei piani, a risanare in maniera profonda l’istituto. E a riportarlo sul mercato in condizioni di piena funzionalità, con un livello di coperture da fascia alta del sistema. Tanto da poter diventare appetibile agli occhi delle banche d’affari internazionali, capitanate da Jp Morgan e Mediobanca, che non a caso hanno dato il loro ok a garantire l’aumento di capitale da 5 miliardi in arrivo.

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Ora è dunque tempo della verifica dei mercati. Le prime reazioni si sono viste venerdì, con un rialzo del titolo del 6,28%. A partire da domani, alla riapertura dei listini, si vedrà se il favore del mercato è destinato a permanere.E soprattutto è atteso il comportamento degli hedge fund, che negli ultimi anni sono stati i veri market movers del titolo Mps.

Certo è che la road map per il rilancio è tracciata. Mps, assistita da Lazard, si libererà entro l’anno dell’intero blocco dei crediti in sofferenza, pari a 27 miliardi circa in termini lordi, a un valore netto di 9,2 miliardi. Prima però dovrà aumentare le coperture sui bad loans, che passeranno dal 63,3% al 67% con il costo di 1 miliardo. A salire sarà anche anche la copertura delle inadempienze probabili e degli scaduti, che andrà al 40%, al top del sistema, con un costo di 2,2 miliardi.

Contestualmente, scatterà la cessione delle sofferenze a un veicolo Spv che si finanzierà tramite l’emissione di tre tranche di crediti cartolarizzati da collocare sul mercato. Prevista una tranche senior (meno rischiosa) da 6 miliardi che sarà assistita dalla Gacs (e su questo, per accelerare i tempi, è previsto un prestito ponte da 6 miliardi di JpMorgan). A seguire ci sarà una mezzanina da 1,6 miliardi sottoscritta da Atlante II. Infine una tranche junior da 1,6 miliardi, assegnata agli azionisti di Mps, così da permettere l’intero deconsolidamento.

Stress test, Patuelli: rafforzata la credibilità delle banche italiane

I crediti saranno ceduti al 33% del loro valore originario. Un prezzo più basso di quello a cui sono iscritti a bilancio (pari a circa il 40%) ma ben più elevato di quello (18% circa) riconosciuto a crediti malati delle quattro banche regionali poste in risoluzione. O al 20-25% medio offerto dagli investitori istituzionali ai crediti delle banche italiane. Se si è arrivati a questo prezzo è anche perchè il mix delle sofferenze del Monte è tale da far ipotizzare un maggior livello di recupero dei crediti. Il 66% dei bad loans netti di Mps è coperto da garanzia immobiliare (pari a 6,4 miliardi) A questi si aggiungono 1,8 miliardi di sofferenze “protette” da garanzie personali (pari al 18%). Solo 1,5 miliardi sono sofferenze non garantite. Un mix che ha spinto gli investitori a riconoscere un valore più elevato. D’altra parte va detto che il 33% è frutto anche della modalità con cui è costruita l’operazione, che prevede che la tranche equity (quella a più alto rischio) venga redistribuita agli attuali azionisti (si prevede che le note siano strumenti quotati, così da favorirne la liquidazione). Il prezzo incorpora insomma gli 1,6 miliardi con cui sarà ricapitalizzata la “bad bank” da deconsolidare.

«Dopo il riassetto, un Monte risanato e solido L’Italia ha fatto sistema con Governo e Atlante»

Ad Atlante, insieme alla tranche mezzanina, andranno inoltre warrants per sottoscrivere azioni pari al 7% del capitale post aumento. Atlante potrà esercitarli, entro 5 anni, a un prezzo pari alla somma del prezzo delle nuove azioni più il diritto di opzione. Così facendo, si dà l’opportunità ad Atlante di beneficiare di un eventuale re-rating dei titoli. Per coprire l’intera operazione Mps varerà entro l’anno un aumento di capitale da 5 miliardi. Il consorzio di garanzia è ormai definito con le 8 banche che hanno firmato le lettere di underwriting: JpMorgan e Mediobanca (come joint global coordinators e joint bookrunners) e Santander, Bofa Merrill Lynch, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs (come co-global coordinators e joint bookrunners). Secondo i rumors la cifra dovrebbe essere suddivisa tra gli otto istituti (che hanno advisor legale Clifford Chance), che quindi dovrebbero garantire circa 600 milioni a testa, ma non è da escludere che si aggiungano altri bookrunner.

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Nelle lettere firmate dai gruppi bancari ci sarebbero però diverse condizioni sospensive: dall’obbligo per Mps di vendere le sofferenze fino alle consuete «mac clause», cioè clausole che consentono una via di fuga alle banche in caso di situazione avversa di mercato. Da notare infine che, post aumento, secondo le stime Mps tratterebbe a un prezzo su patrimonio tangibile di 0,46volte contro lo 0,1 attuale.

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La sfida più difficile di Angela Merkel

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SOLUZIONE IN EXTREMIS E FIDUCIA DA COSTRUIRE

L’esito degli stress test e, soprattutto, il via libera della Banca centrale europea al piano per Mps dimostrano che è possibile un ruolo virtuoso tra Stato e mercato anche in un quadro di regole vincolate. Se Intesa Sanpaolo è la prima tra i big europei del credito e quattro banche italiane su cinque superano l’esame di massimo rischio, vuol dire che le cose in Italia stanno meglio di quanto si pensi o di quanto un certo mondo voglia far credere. Per la prima volta il problema serissimo del Monte dei Paschi si è presentato insieme con la sua soluzione di sistema all’interno delle regole di mercato e di quelle europee. Nelle democrazie la politica economica “lavora” dentro una società aperta: si dice, spesso, o lo Stato o il mercato, il modello italiano emerso in questo caso è che si sostengono a vicenda senza aiuti e in un gioco di squadra. C’è un messaggio di fiducia che viene dalle banche internazionali impegnate a garantire un maxi-aumento di capitale e a gestire una delle più grandi cartolarizzazioni di sofferenze mai fatte al mondo per la banca di Siena. Questo messaggio di fiducia non va sottovalutato. C’è un ritrovarsi, appena si è sul burrone lì lì per cadere, sull’orlo del precipizio, che risulta incomprensibile ai Paesi nordici, ma appartiene storicamente all’Italia e al suo ingegno. Riguarda banche e regolatori, Banca d’Italia, Bce e Eba, governo, politica e sedi europee, in un intreccio di diplomazie, azioni manifeste e dietro le quinte, che ha finalmente funzionato. Ha tenuto fuori le banche sane a dimostrazione che è fondata, e comprensibile, l’ostinazione con la quale il governatore Visco ha ripetuto, all’ultima assemblea dell’Abi, che non c’è un problema di sistema bancario italiano ma di alcune, poche banche, finite peraltro nel tritacarne di regole assurde che impongono a un’azienda di credito in ristrutturazione (come è appunto il Monte dei Paschi) di fare i conti con un insostenibile e fuori luogo scenario di “avversione” da massimo rischio.

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Il punto è che tutto ciò che è stato disegnato e approvato per il Monte, ora dovrà essere attuato, la qualità e la dimensione degli interventi impongono rigore e vigilanza, e su questo terreno si giocherà nel lungo termine il superamento della prova impegnativa dei mercati. È bene non dimenticarselo mai. Ci sono investitori che si preoccupano e chiedono risposte in termini di recupero di profittabilità e altri interessati solo a scenari “cattivi”, tocca di convincere gli uni e gli altri per evitare che la speculazione torni a prevalere. Saranno molto importanti i primi due mesi della tabella di marcia degli interventi per capire, come tutti auspicano e ritengono probabile, se si riuscirà a procedere con il ritmo giusto. Poi, quando finiremo di occuparci degli alberi, dei singoli alberi del credito malato, ci si dovrà occupare della foresta pietrificata sopravvissuta in Europa e fatta di un incesto tra politica e credito mai risolto in molte Casse tedesche e da eccessi e distorsioni della “fabbrica” eterna di derivati che riguardano banche francesi, tedesche, inglesi, non noi per fortuna se non in misura davvero minima. Così come in Italia e fuori ci si dovrà seriamente impegnare per migliorare il modello di business delle imprese bancarie e dare il massimo di trasparenza e efficienza alla loro governance.

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Soprattuto in Italia, bisogna che si riprenda con vigore l’economia e si attenui la pressione del disagio sociale, si metta mano con serietà ai cantieri della pubblica amministrazione e del fisco prima di tutto, perché in quel maxi-conto nazionale di sofferenze e di incagli ci sono certo ruberie di banchieri e affaristi (sanzioni e condanne devono essere esemplari) ma in misura quasi totalizzante una recessione che ha mandato in fumo dieci punti di pil e un quarto della produzione industriale. In un mondo segnato da uno shock dietro l’altro, dove il carico di incertezza di una Brexit annunciata e dai tempi imprevedibili, si cumula con il tributo di sangue e di ansia di un terrorismo globale che va oltre le religioni, la frenata degli emergenti, l’incognita della Cina e la recessione russa, il dimezzamento della crescita europea e un’America percorsa da inquietudini nuove non solo politiche, è destinato ad allargarsi a vista d’occhio il solco delle diseguaglianze, si allunga l’uscita dalla crisi globale, e la vulnerabilità dei Paesi considerati a torto o a ragione più fragili espone le loro comunità a nuovi rischi e nuove paure. La consapevolezza della situazione e l’azione effettiva conseguente sono un obbligo per tutti e, ancora di più, per un Paese come il nostro segnato dalle due Italie e da un cumulo irrisolto di contraddizioni. La fiducia si nutre di atti concreti, ne sono stati compiuti più di uno, ma ha bisogno di visione e di un passo determinato e costante nel tempo, ha bisogno di riconoscersi e di diventare contagiosa. Si deve sentire o almeno percepire che è fondata sui fatti. Altrimenti, purtroppo, non vale. Anzi, può essere addirittura controproducente.

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  • Roberto Napoletano. ROBERTO NAPOLETANO è direttore de Il Sole 24 Ore dal 24 marzo 2011, direttore editoriale del Gruppo 24 ORE dal 1° marzo 2012 e, dal 19 giugno 2013, direttore dell’emittente Radio24, dell’agenzia di …

Mattarella: contro il terrore serve una risposta seria dallo Stato

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«Si è voltato pagina, il risultato di 22 mesi di lavorio incessante»

«Da venerdì si è voltato pagina e spero in maniera definitiva». Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, all’indomani degli stress test non nasconde la soddisfazione. «I risultati di 22 mesi di lavorio incessante, da parte delle banche e del governo e del parlamento – spiega – si cominciano a vedere. Ma bisogna continuare con impegno i percorsi di riorganizzazione delle banche e le riforme avviate dalle istituzioni. Ma anche l’Unione europea deve fare la sua parte».

È l’ora della rivalsa per le banche italiane?

Venerdì scorso abbiamo visto l’approvazione da parte della Bce delle scelte strategiche della banca (Mps, ndr) che aveva creato maggiori preoccupazioni. Sono state autorizzate operazioni di rafforzamento patrimoniale e alcune banche internazionali hanno reso noto di costituire un consorzio di garanzia per l’aumento di capitale. È stato ufficializzato l’intervento del fondo Atlante per la prima volta sui crediti deteriorati, dopo i due salvataggi delle banche venete. Dall’altra parte, per le altre quattro maggiori banche italiane ci sono stati risultati positivi agli stress test, con una (IntesaSanPaolo, ndr) che presenta livelli di eccellenza rispetto al contesto europeo. Mi sembra che da venerdì si sia voltato pagina e spero definitivamente.

Le caratteristiche dei test, comunque, non avevano certo favorito le banche a maggiore vocazione creditizia come quelle italiane.

Lo scenario di base dei test è sicuramente estremo, prevedendo una concomitanza di eventi di forte negatività. Ma oltre a questo sono stati adottati meccanismi tecnici che hanno prodotto ulteriori handicap, in particolare, per le banche vocate ai prestiti. Questo lo ha ben segnalato anche la Banca d’Italia quando ha sottolineato che negli stress test non sono stati tenuti in alcun conto gli interessi sui crediti deteriorati.

Ancora una volta il sistema del credito italiano è stato penalizzato?

Esatto. Ma ci sono altri aspetti di cui tenere conto. L’Unione bancaria è entrata in vigore 22 mesi fa, il 4 novembre 2014. Ricordo che prima di allora in varie parti di Europa gli Stati avevano fatto ricapitalizzazioni di banche a fondo perduto, mentre in Italia non è accaduto. Nonostante tutto questo, negli ultimi due anni c’è stato un grande lavorio nel nostro paese: il recepimento dell’Unione bancaria europea, le riforme strutturali fatte dal governo e dal parlamento italiano, tra cui le riforme alla normativa sulle procedure civilistiche – in particolare sul recupero crediti –, la nascita e l’operatività del fondo Atlante e del ramo volontario del fondo interbancario per la garanzia dei depositi. E poi aumenti di capitale e grandi accantonamenti da parte delle banche italiane. Mesi di grandissimo impegno innovativo che hanno avuto finalmente riconoscimenti per quattro banche e la conclusione di un processo complesso per la quinta. Gli stress test sono maturati in un clima molto più cupo rispetto agli effettivi risultati. Del resto, abbiamo avuto un parallelismo di giudizio da parte di Eba, Bce, ministero dell’Economia e Banca d’Italia, nell’affermare che i risultati di venerdì sono migliori rispetto ai test precedenti. E noi come Abi concordiamo con queste valutazioni.

Il lavoro fatto negli ultimi due anni ha portato venerdì a risultati che possono essere considerati risolutivi per il sistema?

Si cominciano a vedere risultati che con il tempo dovranno ulteriormente svilupparsi. Gli esami per le banche non finiscono mai. Le spinte, da un lato, da parte delle banche in termini di riorganizzazione e, dall’altro, da parte delle istituzioni innanzitutto per rendere più efficiente la giustizia civile non vanno certamente interrotte, ma proseguite. A livello nazionale le istituzioni devono avere tempi di decisione in linea con quelli di altre parti dell’Europa. A livello europeo bisogna che l’Unione europea si dia una mossa, non ci può essere solo l’Europa degli stress test. Devono essere unificate le normative: è stata varata la vigilanza unica, ma sono indispensabili e urgenti anche i testi unici europei bancari, della finanza, del diritto fallimentare e del diritto penale dell’economia. Siamo a metà del guado della costruzione europea e bisogna uscirne.

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«Dopo il riassetto, un Monte risanato e solido L’Italia ha fatto sistema con Governo e Atlante»

«Una soluzione definitiva e immediata al problema degli Npl, un capital plan che prevede un aumento di capitale fino a 5 miliardi già garantito da un maxi-pool di banche internazionali, l’aumento della copertura degli incagli al 40%. Siamo alla svolta vera e finale che porterà Mps a essere tra le banche più solide in Italia. Stavolta il sistema Italia ha fatto squadra e ha funzionato nell’interesse di tutti. Un’alleanza con un’altra banca? Non è più una necessità, ma un’opzione futura». Il giorno dopo l’approvazione del maxi-piano di rilancio del gruppo Monte Paschi, approvato in extremis e prima dell’esito negativo degli stress test, l’amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola spiega a Il Sole 24 Ore le ultime impegnative giornate e la prospettiva futura. Ripercorrendo anche gli anni del distacco dal sistema-Siena, politico ma non solo, denunciato a suo tempo dalla Bce e la situazione di quasi-default in cui si era venuta a trovare la banca dopo l’acquisizione a prezzi folli di AntonVeneta.

Con il maxi-piano approvato ieri si può dire che Mps esce dalla lunga crisi iniziata nel 2007 con l’acquisizione strapagata di AntonVeneta?

La maxi-operazione annunciata due giorni fa, con l’aumento fino a 5 miliardi e la cartolarizzazione delle sofferenze da 27 miliardi, rappresenta una svolta fondamentale nella storia degli ultimi anni. Siamo alla fase finale di un lungo riassetto avviato nel 2012.

Come è stato possibile cumulare così tanti crediti in sofferenza (27 miliardi) nel corso degli anni tanto da richiedere un nuovo intervento straordinario di queste proporzioni?

Certamente nel passato sono stati fatti errori nella concessione del credito e non solo. I dati dimostrano che dal 2012 c’è stata un’inversione di tendenza gestionale, come dimostra il dato sul calo del profilo di rischio delle nuove erogazioni che è calato di oltre il 30%. Va anche detto per correttezza che la profonda recessione degli ultimi anni, con il calo del Pil e della produzione industriale, ha colpito soprattutto le Pmi che rappresentano in gran parte la nostra clientela corporate. A cui anche negli anni difficili non abbiamo mai fatto mancare il nostro sostegno.

Che valutazione da’ della proposta in extremis arrivata da Ubs e da Corrado Passera, che ieri è stata bocciata dal cda?

Il board di Mps ha valutato la proposta di Ubs e di Corrado Passera ma ha ritenuto che non esistessero sufficienti elementi e soprattutto i tempi per un apprezzamento della proposta, anche alla luce dell’evidente confronto che da settimane avevamo in corso con la Vigilanza europea di Bce sul piano che poi è stato approvato. Personalmente, mi sono molto meravigliato che un banchiere dell’esperienza dell’ex ceo di Intesa Sanpaolo abbia presentato un piano alternativo così in extremis. In ogni caso, è positivo che si registri un interesse per il Monte che fino a poco tempo fa non c’era.

La Bce vi ha chiesto con una lettera diventata pubblica di cedere gli Npl entro il 2018. Perchè avete deciso di accelerare e risolvere il problema subito e in via definitiva? Il mercato vi avrebbe penalizzato, dopo l’esito così negativo dello stress test? Non esistevano alternative meno penalizzanti per gli attuali soci?

La lettera della Bce era una risposta a una proposta che Mps aveva presentato a maggio nella quale condivideva i nostri obiettivi di smaltimento degli Npl in tre anni. L’esito negativo degli stress test, che a grandi linee conoscevamo in anticipo, ci ha indotto ad accelerare i tempi della maxi-pulizia di bilancio per evitare un impatto sulla fiducia della clientela.

Il piano è penalizzante per gli attuali azionisti ma fa rinascere la banca. Ritenete che l’assemblea degli azionisti lo approverà senza problemi?

La priorità era di dare un futuro certo e definitivo alla banca. Tutelando completamente obbigazionisti di ogni categoria, a partire da quelli retail, clienti. Non era scontato, ma ce l’abbiamo fatta. Gli azionisti, che investono nel capitale di rischio, sono chiamati a un nuovo impegno. Abbiamo ottenuto che a loro vada un parziale ristoro futuro con l’assegnazione gratuita dei titoli equity della maxi-cartolarizzazione di Npl. Eventuali recuperi di valore che arriveranno dalla cessione di sofferenze, resteranno nella disponibilità degli attuali soci di Mps.

E’ possibile che il passaggio assembleare di ottobre sia delicato. Credo che sarà decisiva la credibilità del capital plan e del business plan che presenteremo prima dell’assemblea.

Dal Governo che indicazioni avete avuto?

In generale direi che il nostro maxi-piano rappresenta una grande vittoria del sistema Italia. Il Governo ha avuto un ruolo di rilievo sia nell’interlocuzione con la commissione Ue che con l’attivazione della garanzia pubblica (Gacs) sulla tranche senior della cartolarizzazione. Banca d’Italia ha svolto un ruolo prezioso di dialogo con la Bce. L’intero sistema finanziario ha costruito il fondo Atlante che ha rilevato la tranche “mezzanina” della cartolarizzazione. Credendo nella prospettiva futura di Mps e chiedendo, in cambio dell’investimento, warrant che possono dare una quota futura di Mps fino al 7% del capitale.

Negli ultimi 4 anni avete realizzato una cura drastica che ha portato al taglio di costi per 800 milioni, alla riduzione dell’organico di oltre 5.000 persone, a un delevaerage dell’attivo anche con la cessione di molti asset. Dal punto di vista industriale, Mps ha ancora un modello di business sostenibile?

Il modello di business è certamente sostenibile dal punto di vista industriale. Siamo una banca commerciale che già si è rinnovata tecnologicamente sia con i nostri canali online che con Widiba. Ma la vera svolta arriverà con la cessione delle sofferenze e l’aumento della copertura degli incagli al 40%. Una banca totalmente ripulita, mi si passi il termine, avrà un rating molto più elevato e un costo del funding tra i migliori del sistema. Se a questo aggiungiamo che è finito il focus sulle rettifiche di credito, è chiaro che la profittabilità può diventare di grande rilievo. Mi sembra di percepire già un interesse che fino a poco tempo fa non si notava.

Bce vi ha chiesto in più occasioni di procedere con un’aggregazione che finora non si è mai realizzata. La pulizia dei conti e l’aumento da 5 miliardi rende più appetibile la banca per un partner? Oppure, al contrario, la mette in condizione di procedere stabilmente da sola? A Siena, e non solo, ci sperano. Che ne pensa?

Per Mps l’aggregazione non sarà più una necessità ma un’opzione volontaria.

Rapportato all’attuale capitalizzazione di mercato, l’aumento di capitale da 5 miliardi e’ quasi un’ipo. Inoltre dopo la cessione degli Npl a una sorta di bad bank, Mps si configura come una nuova good bank. Intende gestire anche questa nuova fase o ritiene la sua missione compiuta?

La cessione degli Npl ci vede protagonisti di azioni risolutive ma anche innovative e apri-pista per l’intero sistema che stimolano ed accelerano la modernizzazione e la trasparenza. Valori che ci hanno sempre guidato, fin dall’inizio del percorso di risanamento. In questo senso, al di là delle comprensibili definizioni tecniche, ritengo che in realtà non si possa definire Mps un nuova good bank, ma una good Bank che in questi quattro anni ha strenuamente lavorato per essere riconosciuta tale. Missione compiuta? Certamente quella che si è compiuta è una fase di straordinaria importanza, la mia missione prosegue immutata.

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Mps non supera lo stress test. Bene le italiane, svetta Intesa

A parte il Monte dei Paschi, ampiamente sottosoglia ma già d’accordo con la Vigilanza per ritornarci sopra con una terapia d’urto, le italiane escono a testa alta dagli stress test 2016. Il risultato era nell’aria e ieri alle 22 è stato puntualmente confermato dall’Eba: Intesa Sanpaolo figura tra le prime della classe in Europa e unica tra i big a essere sopra la soglia Srep, Banco Popolare e Ubi nella fascia alta e UniCredit più indietro ma comunque con un Common equity tier 1 al di sopra del 5,5% considerato “di sicurezza” nello scenario sotto stress.

Perché questo, di fatto, era il numero più atteso tra le centinaia di indicatori forniti per ognuna delle 51 banche esaminate. Come noto, lo stress test era una prova sotto sforzo prospettica, teorica e senza automatiche richieste di ricapitalizzazione da parte della Vigilanza (cioè la Bce), ma l’attenzione era rivolta alla capacità di resistenza a fine 2018 del capitale di vigilanza – sottoforma di Cet1 – a uno scenario di shock, cioè il combinato disposto – si spera ipotetico – del crollo del Pil, e con esso del mercato immobiliare, della fiducia dei risparmiatori e di altre variabili.

Il capitale c’è, ora la partita è su Npl e redditività

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Eccezion fatta per il Monte, le quattro banche italiane si sono tenute ben lontane dal famigerato 5,5%. Intesa Sanpaolo, come detto, ne esce a testa alta con un Cet1 transitional al 10,24% nello scenario avverso al 2018. È ovviamente inferiore al 12,98% riportato al 31 dicembre scorso, ma quasi il doppio della soglia critica del 5,5% e anche superiore al 9,5% attualmente in vigore come requisito Srep: nella sostanza, è come un atleta capace a fine maratona di un elettrocardiogramma superiore ai livelli minimi richiesti a riposo. Intesa tra i primi 15 grandi gruppi europei è l’unico che si vede sopra soglia Srep nello scenario avverso. E ovviamente è più che confortante anche il Cet1 nello scenario base (12,83%), cioè quello conforme alle previsioni della Commissione europea.

Dopo Intesa segue il Banco Popolare. Partendo dai dati al 31 dicembre 2015, con Cet1 al 13,15%, e quindi al netto dell’aumento di capitale (effettuato nel 2016), il Cet1 scende al 9,05% sotto shock e al 14,61% nello scenario base: «La resilienza e la solidità dimostrata dal Banco Popolare sotto le condizioni imposte dagli scenari dello stress test 2016 sono confermate», sottolinea il gruppo in una nota. Da notare che attualmente la soglia Srep è dl 9,55%. Poi c’è Ubi: per la ex popolare, che al 31 dicembre partiva da un Cet1 fully loaded dell’12,08% e da una soglia Srep del 9,25%, lo scenario avverso impatta di 323 punti base e porta il Cet1 all’8,85%, mentre in quello base sale al 13,01%.

Infine, UniCredit. Il gruppo ora guidato da Jean Pierre Mustier vedeva un Cetl al 31 dicembre del 10,59% e una soglia Srep del 9,75%: la prova sotto sforzo vede scendere l’indicatore di 347 punti al 7,12%, nello scenario base sale all’11,57%. Immediata la nota del gruppo: «Sulla base dei risultati dell’esercizio, che costituiranno un riferimento rilevante per il processo di revisione prudenziale 2016 – si legge – UniCredit lavorerà con la Bce per capire fino a che punto azioni manageriali credibili possano compensare parte dell’impatto dello scenario avverso, per valutare l’impatto dei risultati su piani di capitale forward looking di UniCredit e la sua capacità di soddisfare le necessità di fondi propri e per determinare se siano necessarie ulteriori misure o modifiche del piano di capitale di UniCredit».

Mps, via libera al maxi piano su Npl e aumento

La partita degli stress test ha interessato peraltro anche la restante 80ina di banche sotto la Vigilanza Ssm (tra cui una decina di italiane), su cui la Bce ha condotto in autonomia un esame “semplificato” one-to-one, i cui risultati – di cui gli istituti sono da giorni già a conoscenza – in teoria non sono di diffusione obbligatoria. È facoltà, però, darne comunicazione da parte dei singoli, ed è così che Mediobanca ieri sera ha subito provveduto ad alzare il velo sui suoi risultati, definiti «ottimi»: nello scenario avverso al 2018, l’impatto sul Cet1 è di 94 punti base, con il coefficiente phase-in che passerebbe dal 12.40% (dicembre 2015) all’11.46% (dicembre 2018), livello «largamente superiore» al requisito Srep attualmente pari all’8.75%. Per quanto riguarda le altre, secondo quanto risulta Bpm si troverebbe vicina ai prossimi partner del Banco, e non distante figurerebbe Bper; male le due venete, anche se i risultati sono pochi rilevanti visto che calcolati al netto degli aumenti.

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Week-end di esodo: in dieci milioni da oggi in viaggio

L’estate entra nel vivo e arriva il primo weekend dal doppio bollino rosso per strade e autostrade italiane: da oggi a domani si muoveranno circa 10 milioni di turisti verso le principali località di vacanza.

La notizia buona è che, in virtù del rinnovo del contratto nazionale del settore autostradale (si veda altro articolo in pagina, ndr), lo sciopero in programma per domani e lunedì è stato revocato. Per il resto, da un capo all’altro della Penisola toccherà fare i conti con flussi importanti, secondi solo a quelli previsti per sabato 6 agosto, unica data dal doppio bollino nero. Il quadro previsionale di Autostrade per l’Italia parla chiaro: per quanto riguarda l’esodo verso le località turistiche, oggi mattina e pomeriggio a bollino rosso, notte a bollino verde; domani mattina a bollino rosso, pomeriggio a bollino giallo, notte a bollino verde. Se al contrario si considera il rientro, oggi bollino giallo in mattinata, verde di pomeriggio e notte; domani bollino verde in mattinata, giallo al pomeriggio, verde di notte. Per facilitare il transito, nella giornata odierna sarà interdetta la circolazione in autostrada ai camion dalle 8 alle 22, domani dalle 7 alle 22. I “conti” dell’esodo li fa il Cescat, centro studi casa, ambiente e territorio di Assoedilizia che stima da 9 a 10 milioni di turisti in transito.

Numeri importanti, per far fronte ai quali ci sarà un grande dispiegamento di mezzi da parte di Polstrada. Autostrade per l’Italia, poi, da inizio estate ha messo in campo iniziative per migliorare il più possibile la qualità del viaggio. Una novità riguarda le aree di servizio: in tutte quelle presenti sulla rete sarà disponibile la connessione wi-fi gratis e senza limiti di tempo. All’interno dei punti ristoro e nelle aree antistanti per navigare basta ricercare e selezionare la rete “Autostrade per l’Italia Free wi-fi” e cliccare sul tasto “naviga” all’interno del browser. L’informazione passa on line anche grazie a Infoblu e al Dab+, il nuovo servizio di traffico digitale che trasforma il navigatore tradizionale in un navigatore connesso con le colorazioni di traffico e gli eventi di viabilità su oltre 100mila di strade. È quindi disponibile l’ultimo aggiornamento di My Way, l’app di Autostrade per l’Italia gratuita e geolocalizzata scaricabile per piattaforma Apple e Android, che porta nuovi servizi e upgrade di quelli esistenti. Per ognuna delle mille telecamere è ora disponibile un video di 15 secondi che mostra la situazione del traffico in tempo reale. Inoltre, l’app avverte quando si entra su una tratta coperta da Tutor, informa sulla velocità media tenuta e mette a disposizione l’elenco di tutte le tratte Tutor sulla rete autostradale. Ulteriormente migliorata la sezione di My Way che permette di conoscere in tempo reale informazioni su traffico, cantieri fissi e mobili e prezzi dei carburanti.

Uno sforzo complessivo sottolineato anche dal presidente di Federturismo Confindustria Gianfranco Battisti: «In queste giornate di intenso traffico in cui si privilegeranno le località marittime con in testa Puglia, Sicilia e Riviera Romagnola, ma montagna e città d’arte, il nostro Paese metterà in campo uomini, mezzi e strutture di assistenza al fine di garantire fluidità e sicurezza negli spostamenti dei turisti».

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Mps non supera lo stress test Eba. Sotto osservazione Barclays, Deutsche Bank e Banco Popular. Enria: sistema più solido del 2014

«Lo stress test dell’Eba mostra che i benefici del rafforzamento di capitale effettuato finora si riflettono nella resistenza del settore bancario europeo a uno choc severo». È questo il commento dell’Autorità bancaria europea.

«Il test è uno strumento vitale per aiutare i supervisori ad accelerare il processo di riparazione dei bilanci delle banche, che è molto importante per restaurare il credito alle famiglie e al business».

Il test, ha ribadito l’Eba, «non è un esercizio in cui si misurano chi è passato e chi ha fallito».

L’impatto dello scenario economico avverso nel 2018 porterebbe a un calo di 380 punti base del Cet 1 delle 51 banche europee sottoposte a stress test dall’Eba, portando il suo livello al 9,4% alla fine di quell’anno. Se si tiene conto delle misure regolamentari sul capitale che devono ancora entrare un vigore prossimamente la perdita sarebbe di 340 punti base.

L’impatto sul Cet1 sarebbe trainato principalmente alle perdite da rischio di credito che sarebbero di 349 miliardi: si tratta dei crediti deteriorati o dell’inversione del deterioramento di asset finanziari non misurati a ‘fair value’ attraverso profitti o perdite. Il ratio di leverage aggregato calerebbe da 5,2% a 4,2%

Unicredit valuterà con Bce misure capitale

Tra le dieci banche tra le 51 messe sotto stress dall’Eba che presentano una percentuale più bassa di Cet1 a causa dell’impatto di uno scenario economico negativo, ce ne sono due italiane: Mps, che guida la lista, e Unicredit in quarta posizione. A parte Raiffeisen e Banco Popular Espanol che si trovano rispettivamente al secondo e al terzo posto, dopo Unicredit ci sono Barclays (Cet 1 nel 2018 al 7,30% da11,42% nel 2015), Allied Irish Bank (7,39% da 15,86%), Commerzbank (7,42% da 13,77%),The Governor and Company of ther Bank of Ireland (7,69% da 13,30%), Deutsche Bank (7,80% da 13,19%),Société Générale (8,03% da 11,42%).

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Istat: più occupati a giugno ma calo degli inattivi fa salire disoccupazione

Il tasso di disoccupazione a giugno è risalito all’11,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali su maggio, mentre per i giovani è sceso fino al 36,5 per cento.
Gli occupati aumentano fino al 57,3% tra giugno e luglio, un livello che non si raggiungeva dal 2009. Lo comunica l’Istat.

Disoccupazione in aumento
Dopo il calo di maggio (-0,8%) la stima dei disoccupati a giugno aumenta dello 0,9% (+27mila). L’aumento è attribuibile agli uomini (+2%) a fronte di un lieve calo tra le donne. Il tasso di disoccupazione giovanile diminuisce di 0,3 punti a giugno portandosi al 36,5%. Si tratta, dice l’Istat, del livello più basso da ottobre 2012.

Pensioni, Ape «light» per i disoccupati

A giugno +71mila occupati
Secondo l’Istat, il tasso di occupazione è salito a giugno di 0,1 punti percentuali al 57,3% rispetto al mese precedente, un livello che non si raggiungeva da agosto 2009. La stima degli occupati aumenta dello 0,3% in questo mese (+71mila persone occupate), proseguendo la tendenza positiva già registrata nei tre mesi precedenti (+0,3% a marzo e ad aprile, +0,1% a maggio). Una crescita attribuibile alla componente maschile e a quella femminile, che riguarda gli indipendenti (+78mila), mentre restano invariati i dipendenti.
L’Istat segnala anche che «i movimenti mensili dell’occupazione determinano nel secondo trimestre 2016 un consistente aumento degli occupati (+0,6%, 145mila unità) rispetto al primo trimestre».

Più occupati over 50, in calo gli inattivi
L’aumento degli occupati negli ultimi dodici mesi, spiega l’Istat, riguarda prevalentemente i lavoratori più anziani. Su 329 mila occupati in più a giugno rispetto all’anno precedente, 264 mila hanno 50 e più anni. L’Istat rileva che sono in aumento anche i lavoratori più giovani, con meno di 35 anni (175 mila in più), mentre continuano le difficoltà per la fascia di età intermedia. Tra i 35 e i 39 anni gli occupati si riducono in un anno di 111 mila unità.
La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno diminuisce dello 0,4%
(-51mila), proseguendo il calo dei tre mesi precedenti.; la diminuzione riguarda uomini e donne. Il tasso di inattività scende al 35,1% (-0,1 punti). Nel trimestre aprile-giugno l’aumento degli occupati è associato a un calo degli inattivi (-1,3%, pari a -181mila), mentre i disoccupati sono in lieve aumento (+0,2%, +7mila).

Renzi: «Con il Jobs Act fatti, non parole»
Su Twitter il premier Matteo Renzi commenta i dati appena diffusi dall’Istat: «Fatti non parole. Da febbraio 2014 a oggi l’Istat certifica più di 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il Jobs Act».

Il tweet del presidente del Consiglio

«Molto soddisfatto» anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: «I 71mila occupati in più sul mese precedente, 329mila in più in un anno e 600mila in più da quando siamo al governo sono risultati straordinari – dice – a cui si affiancano il calo dei disoccupati e la costante diminuzione degli inattivi, a conferma della fiducia nella possibilità di trovare un’occupazione». Il ministro ha anche parlato du un «possibile decreto correttivo del Jobs Act a settembre» per trovare risposta alle problematiche sul lavoro emerse durante i tavolo tecnici Governo-sindacati.

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